La vera sfida è tra produrre e importare
Pubblichiamo l’editoriale di Nicola Procaccini uscito su Il Sole 24 Ore del 12 settembre 2026, dedicato al decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 10 settembre su prezzi petroliferi e infrastrutture energetiche.
Claudio Rotunno
C’è una lezione di cui l’Europa e l’Italia dovranno far tesoro: l’energia non è soltanto una questione ambientale. È politica industriale, competitività, sicurezza nazionale. È da questa consapevolezza che nasce il decreto approvato dal Governo Meloni, che punta, tra le altre cose, ad accelerare i procedimenti per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi presenti nel nostro territorio. La direzione è quella giusta, per ridurre strutturalmente il costo dell’energia per famiglie e imprese, che competono con concorrenti che la pagano molto meno.
In questi anni il Governo Meloni ha destinato oltre 60 miliardi di euro a misure per alleggerire bollette e carburanti. È stato necessario, ma adesso occorre agire sulle cause strutturali della nostra vulnerabilità. E una è evidente: l’Italia importa troppa energia rispetto a quella che produce. Una dipendenza che, malgrado lo sforzo compiuto per diversificare i fornitori, ci espone alle crisi geopolitiche, alle oscillazioni dei mercati e alle decisioni dei Paesi produttori.
Dobbiamo produrre più energia. Innanzitutto rinnovabile. Come ricordato dalla presidente Meloni e dal ministro Pichetto Fratin, sono stati installati 28 gigawatt in più, a una velocità tripla rispetto al passato. Godiamo di sole, vento, acqua, geotermia e biomasse. Ma non basta. Per l’incostanza delle rinnovabili e perché non possediamo molte delle materie prime necessarie alle tecnologie che le sfruttano, dipendendo soprattutto dalla Cina e da altri Paesi non sempre geopoliticamente “like minded”.
È stato questo uno degli errori del Green Deal europeo: aver pensato prima ai target ambientali e poi alle capacità abilitanti. È comunque giusto accelerare sulle rinnovabili, sugli accumuli e sulle reti. Ma una politica energetica seria deve essere realista: la transizione richiederà tempo e, finché gas e petrolio saranno necessari alla nostra economia, è meglio produrne una quota maggiore in Italia anziché acquistarli all’estero.
I numeri cominciano a mostrare un’inversione di tendenza. Trent’anni fa producevamo oltre 20 miliardi di metri cubi di gas, poi siamo scesi a poco più di 2. Nel 2025 siamo risaliti a 3,23 miliardi, circa il 25% in più in un solo anno. Produrre in Italia significa investimenti, lavoro, royalties e minore ricchezza trasferita all’estero.
Naturalmente continueremo ad avere bisogno di approvvigionamenti internazionali. Per questo credo non sia stata sufficientemente celebrata la recente operazione di Eni in Venezuela: il 2 settembre Eni e PDVSA hanno firmato l’accordo per lo sviluppo di Junín 5, gigantesco giacimento petrolifero che contiene 35 miliardi di barili in posto certificati.
Tutto questo non significa rinunciare agli obiettivi ambientali, ma perseguirli con pragmatismo. Secondo EDGAR, nel 2025 le emissioni di gas serra dell’UE27 sono scese a 3,13 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, il 5,8% di quelle mondiali. Eppure le emissioni globali sono aumentate ancora dello 0,7%, raggiungendo 54,1 miliardi di tonnellate. Dal 1990 noi europei le abbiamo ridotte del 36%, mentre nel mondo sono aumentate del 69%. Se la decarbonizzazione produce deindustrializzazione, delocalizzazione e maggiore dipendenza dall’estero, rischiamo di impoverire l’Europa senza salvare il clima.
Nel medio-lungo periodo potremo produrre sempre più energia rinnovabile e affidarci anche al nucleare. Nel frattempo dobbiamo aumentare la produzione nazionale delle fonti fossili di cui continueremo ad avere bisogno. La vera diatriba, dunque, non è tra fossili e rinnovabili, ma tra energia prodotta e importata. L’energia che dobbiamo ancora consumare è meglio produrla in Italia che comprarla all’estero. È una scelta economica, ambientale e, soprattutto, di indipendenza nazionale.
Editoriale già pubblicato su Il Sole 24 Ore del 12 settembre 2026, pagina 4. L’autore è europarlamentare, co-presidente del gruppo ECR al Parlamento europeo e responsabile Energia e Ambiente di Fratelli d’Italia.


